22/04/15

Crossroads

Stanca morta, tornava a casa dalla solita lunga giornata di lavoro. Seduta sul sedile di plastica della metro, ascoltava le noiose conversazioni degli altri e osservava le fermate passare, conosceva a memoria tutta la linea gialla. Era salita ad Affori, si addormentò a Zara. La sua fermata, Repubblica, passò senza che se ne rendesse conto. Qualcuno la risvegliò al capolinea, lei imprecò, prese il treno sulla piattaforma opposta. Quando arrivò a Duomo decise che per una volta sarebbe scesa lì e avrebbe continuato a piedi, passeggiando tra le luci del centro, tanto nel suo triste appartamento non la aspettava nessuno per cena. Passò accanto a un bar di specialità pugliesi, decise di entrare e cenare lì, qualsiasi cosa pur di rimandare la sua splendida serata davanti alla TV. Il cameriere era un argentino alto, castano, dai tratti un po' indigeni, bello come il sole della loro bandiera. Le sorrise, le si avvicinò, lei ordinò arrossendo.

Erano circa le 8 di un martedì sera qualunque, quando si innamorò a prima vista. Era l'unica cliente nel bar, e Pablo, il cameriere, si trattenne a chiacchierare con lei. In 15 minuti lui si presentò, le disse che era musicista, di Buenos Aires, ma aveva vissuto dieci anni a Salta, suonava musica popolare del nord dell’Argentina. Aveva il passaporto italiano e aveva deciso di fare un'esperienza in Europa, ma sarebbe tornato al suo paese tra un anno, massimo due. In quei 15 minuti lei lo ascoltò, si innamorò ancora di più, poi compresse la sua esistenza in poche frasi. «Non ti piace questa città, vero?» aveva chiesto lui. «No, si vede?». «Vieni via con me?», sorriso ebete di entrambi. Nei 10 minuti successivi lei si lasciò trasportare dai racconti di lui, si immaginò a Buenos Aires, a Salta e in Patagonia, si sentiva anche molto stupida, ma in fin dei conti sognare per 25 minuti non costava nulla. Conto, portafoglio, penna che scivola dalla tasca, numero scritto sul tovagliolo del bar. «Guarda che ti chiamo, domani sono libero, potremmo cenare insieme», «Sì, mi farebbe piacere. Ciao!», «Ciao!». Altri sorrisi, porta che si apre, porta che si chiude, lei che vola sul marciapiede con ancora il sorriso ebete stampato sulle labbra. Ancora qualche centinaio di metri e sarebbe arrivata al suo appartamento, sapeva che quella sera sarebbe stato meno triste.
Qualcuno la urtò con forza sulla spalla. Lei aprì gli occhi. Centrale. Appena in tempo, La prossima è la mia.

G.G. (Maremma Toscana, Grosseto, 19 aprile 2015)

14/04/15

Piove



Piove.
Tic Tic.
Scorri via, meu amor,
scivola come le gocce
su questo vetro.
Plic Plic.
Piove
sul vetro
di un’auto che vaga
per strade e città nuove,
non sa dove andare,
ma che importa.
Quel che importa
è che finalmente
piove.
Cadi, pioggia, senza tregua,
per giorni, mesi, anni,
lava lo sporco.
Bagnami,
inzuppami
infradiciami.
Ciaf.
Purifica un’alma peregrina.
Devi essere stanca
di farci da contrappasso
prima del sole,
quante anime hai lavato
prima di questa?
Entrami nella pelle,
strisciami nel petto,
scrostalo,
e evaporando
porta via il fango.
Libera i pori.
Fluidifica il sangue.
Lubrifica i congegni
dell’organo più inutile
che chiamiamo cuore.
Adeus, meu amor.

G.G. (Berlino, 11 aprile 2015)

13/04/15

sob a chuva...

caminhava embaixo do seu guarda-chuva... apressada, cabisbaixa, anuviada, observando seus passos, desviando das poças d'água... o seu paraguas lhe protegia não só das gotas que caíam, como também lhe servia como uma fortaleza frente a tudo que estava acontecendo ao redor... seus pensamentos estavam longe... olhou para seu relógio, estava atrasada... apressou ainda mais o passo... de repente, resvalou-se e foi ao chão... seu guarda-chuva com cores do arco-íris, após dar piruetas no ar, caiu ao seu lado... ficou paralisada... seus olhos, abertos e em estado de choque, observavam os pingos que caíam em cima de seus óculos... pareceu estar assim uma eternidade... a paralisia só foi interrompida quando avistou uma senhora que lhe oferecia auxílio... a mão estava estendida em sua direção... ergueu então seu braço, uniu forças e, com a ajuda alheia, se levantou... obrigada, disse com um sorriso...

Tiago Elídio... Rio de Janeiro... 13/4/2015...

07/04/15

Diario



Che città maledetta. Tetti troppo bassi, luce troppo fioca, aria viziata, greve, stagnante.

I visi pallidi e inespressivi che procedono dinnanzi a me senza vedermi sono il frutto perfetto del luogo marcio in cui sono nati. Siedo sulla soglia di casa e li osservo. Io sì che li vedo. Anch’io, come loro, sono cresciuto imprigionato in questa città, e come tutti i suoi abitanti, sono malinconico e meditativo. Vivo incollato alle pagine di questo diario, l’unico spazio aperto in un mondo claustrofobico. Mi faccio domande in continuazione, e le faccio anche a te. A cosa pensi, lettore, quando sei perso nei tuoi pensieri? Come ti disperi, lettore, quando hai toccato il fondo e la disperazione non è più sufficiente? Credi davvero che l’amore possa essere la salvezza dell’anima? Ti è mai capitato di rincontrare una persona dopo otto anni, e doverla conoscere di nuovo? A me sì, proprio la settimana scorsa. Pazzesco. Cambiamo così tanto, eppure rimaniamo sempre noi. No? Siamo sempre noi stessi in fondo all’anima, la vita e le scelte che prendiamo non ci possono mai cambiare del tutto. Eppure non siamo più noi, dieci anni dopo non siamo più noi. E l'amore non ci ha salvati, ma la disperazione non ci ha annientati.

Siamo esseri pazzeschi. 

Tu ci pensi, lettore, come doveva essere il mondo più di mille anni fa, prima della glaciazione? Pare si vivesse all’aria aperta, che ci fosse il vento, la pioggia, il sole… Io venderei un rene per vedere il sole. Tu no? O sei convinto che questo posto miasmatico e buio in cui viviamo sia giusto per te? Sei felice qui? O preferiresti vedere il sole senza che ti si ghiaccino le palle appena uscito dalla grande botola? Forse mille anni fa agli esseri umani bastava vedere la luce del sole per essere felici di vivere. O forse siamo dei pazzeschi esseri malinconici per natura, forse non ci basterebbe mai niente, nemmeno la luce del sole.

G.G. (Berlino, 6 aprile 2015)

06/04/15

cidade invisível...

poucas pessoas visitavam esta cidade... como era invisível, eram poucos os que se arriscavam... no entanto, havia voos semanais... o aeroporto funcionava com instrumentos e os pousos eram feitos em modo automático, pois não se via a pista... a sensação dos passageiros era de que o avião iria pousar no meio da floresta... assim que a aeronave encostava no chão, também ficava invisível, bem como todos seus passageiros... a experiência era bastante sensorial... como todos estavam superacostumados a focar em suas visões, era difícil se abrir para a audição e o tato... mas até o final de suas estadas na cidade, já estariam mais bem capacitados... os cegos tiravam de letra... estavam habituados com o invisível... dessa forma, auxiliavam os que enxergavam mas não viam... "feche o olhos", aconselhavam... alguns de fato fechavam e se entregavam... outros ficavam com um pé atrás e um olho aberto, desconfiados... assim, não conseguiam apreciar de fato a cidade, pois embora estivessem ali, sua mente ainda estava em outra dimensão... portanto, tinham mais dificuldade para observar os encantos da cidade... de qualquer modo, após alguns dias, já estariam mais confortáveis... essa era, portanto, a cidade invisível... invisível somente aos olhos, pois tudo estava lá... bastava sentir...

Tiago Elídio... 6/4/2015... Rio de Janeiro...